l analisi dei bisogni aziendali come progettare una politica di welfare parte 2
24/04/2023 Welfare

Nel primo articolo dedicato a Come progettare una politica di Welfare ho introdotto le fasi da seguire per rendere il progetto efficace e in grado di soddisfare le esigenze dei dipendenti e dell’azienda, nonché di raggiungere i risultati sperati. Quali sono le attività dalle quali partire?

 

Conoscere l’organizzazione aziendale 

Il Welfare Manager, o chiunque abbia l’incarico di impostare il progetto di Welfare, deve innanzitutto conoscere a fondo l’organizzazione aziendale, nonché le politiche di gestione e retribuzione del personale già esistenti. 

Questo ci permette di recuperare tutte le informazioni riguardanti la popolazione aziendale (anagrafe, logistica, assenteismo, retribuzione fissa e variabile, relazioni sindacali), le aree di intervento e quelle di miglioramento, ma soprattutto di valutare quali potrebbero essere gli impatti positivi sui costi del personale

 

Comunicare il progetto ai dipendenti 

Un’altra attività indispensabile per avere successo in un progetto di Welfare è la comunicazione da effettuarsi all’inizio, ma soprattutto al termine, del progetto stesso. Per fare davvero in modo che funzioni bisogna rendere partecipi, anche se indirettamente, tutti i dipendenti dell'azienda

Un buon piano di comunicazione permette ai dipendenti di percepire il giusto valore del progetto e di dare il loro contributo al fondamentale passaggio successivo, ossia l’analisi dei bisogni

 

L’analisi dei bisogni 

L’analisi dei bisogni è la base dalla quale un progetto di Welfare prende finalmente vita, è la sua guida operativa. Lo scopo è quello di analizzare tutte le necessità dei lavoratori, sul lavoro ma anche nella vita privata. Ci sono vari modi per effettuare l’analisi dei bisogni, che possono cambiare a seconda degli strumenti a disposizione e/o delle dimensioni aziendali: 

Questionari o Sondaggi. Un insieme di domande fatte a tutti i dipendenti, o alla maggior parte di essi. Tramite questa attività, la raccolta dei dati è strutturata e facilmente gestibile. Utilizzati in genere nelle aziende con tanti dipendenti, la somministrazione di un questionario da un lato risulta impegnativo per la mole di informazioni da gestire una volta raccolte le risposte, dall’altro però permette di avere informazioni precise e dettagliate

Focus Group. L’analisi viene fatta dopo aver scelto un gruppo ristretto di persone. Un campione con caratteristiche variegate che sia il più rappresentativo possibile di tutta la popolazione aziendale. Questo strumento è sicuramente più rapido, ma meno preciso dei questionari. 

Colloqui individuali. Sono come i focus group ma proposti individualmente a un numero ristretto di persone. Se i dipendenti dell’azienda non sono tanti, questa modalità permette di coinvolgere tutti i dipendenti in maniera approfondita.  

Quick Analisys. Indagine elaborata senza coinvolgimento dei dipendenti, utilizzando soltanto i dati aziendali raccolti. 

 

Una sola priorità: rispecchiare i bisogni dei dipendenti 

Una volta raccolti i bisogni dei dipendenti si può procedere a ordinare tutte le informazioni emerse, raggrupparle secondo criteri omogenei e metterli in ordine di rilevanza e/o priorità, al fine di impostare tutte le iniziative di welfare a esse collegato. Ecco una lista di esempi dei bisogni aziendali più comuni riscontrabili in seguito all’analisi dei bisogni: 

  • Orario elastico e/o Smart Working 
  • Servizio di baby-sitting e/o Scuola d’infanzia 
  • Servizio navetta di collegamento con i mezzi pubblici 
  • Maggiordomo aziendale 
  • Copertura sanitaria per i dipendenti e i loro famigliari 
  • Medico aziendale, poliambulatorio o medico domiciliare 
  • Corsi di formazione linguistici o per sviluppare le soft skill 
  • Eduzione finanziaria e/o previdenziale 
  • Spaccio interno di prodotti aziendali a prezzi scontati 

L’analisi dei bisogni deve essere rifatta periodicamente, al fine di evidenziare eventuali evoluzioni e consentire l’adeguamento del piano di welfare alle nuove esigenze.

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Welfare Finanza

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19/01/2026
finanza

Crisi d’impresa: come riconoscere i segnali d’allarme prima che sia troppo tardi

La crisi d’impresa raramente esplode all’improvviso: prima manda segnali concreti che, se letti in tempo, cambiano l’esito della partita.  
Quali sono? DSO (indicatore finanziario che misura il tempo medio, espresso in giorni, che un’azienda impiega per incassare i pagamenti dopo aver emesso una fattura) che si allunga di giorni in poche settimane, quota di scaduto superiore ai 60 giorni in crescita, richieste di rientro su fidi e saldo a buon fine, reclami e resi in aumento e contenziosi che si moltiplicano. 

Se vendi a credito, intercettare queste spie prima della scadenza ti permette di tarare le condizioni (acconti, garanzie, consegna contro pagamento), attivare un recupero soft strutturato, congelare temporaneamente gli ordini a rischio e, soprattutto, proteggere la cassa mentre mantieni un rapporto commerciale sano con i clienti più affidabili. 

Perché si arriva alla crisi  

Le crisi nascono spesso da squilibri di cassa, quando i flussi in entrata rallentano e scivolano oltre i 60–90 giorni, mentre le uscite restano fisse: si crea un vuoto che costringe a usare fidi, a spostare scadenze o a tagliare acquisti essenziali, con effetti immediati su affidabilità e rating interno. 

A questo si somma la marginalità erosa: listini bloccati e costi in salita comprimono l’EBITDA (un indicatore finanziario che misura la redditività operativa di un’azienda, escludendo interessi, tasse, ammortamenti e svalutazioni) e se il margine operativo scende sotto le soglie di sicurezza, l’azienda perde resilienza e ogni imprevisto, come un insoluto, un contenzioso o un fermo impianto, diventa critico. 

Il capitale circolante ingessato amplifica il problema: magazzino bloccato, DSO in crescita e clienti poco allineati assorbono liquidità che non genera ricavi. 
Infine, il debito eccessivo rende la struttura fragile. Ne derivano maggiori oneri finanziari, minore accesso a nuove linee di credito e maggiore esposizione a richieste di rientro. 

Questi fattori raramente si presentano da soli. In generale si alimentano a vicenda — il calo dei margini aumenta il fabbisogno di cassa, che spinge a ricorrere al debito, che fa salire i costi finanziari — e, se non gestiti, evolvono in una vera crisi di continuità. 

Segnali d’allarme finanziari  

Prima di allarmarti, verifica questi segnali finanziari chiave e leggili nel tempo, non come una foto istantanea. Osserva il trend degli ultimi due o tre mesi, confronta con lo stesso periodo dell’anno precedente e definisci soglie interne di allerta. Incrocia sempre i numeri con l’aging per cliente e con il cash flow: se almeno due semafori sono rossi, attiva subito le contromisure (acconti, revisione condizioni, stop ordini a rischio) e rivedi i fidi interni.  

Ecco cosa è essenziale monitorare. 

  • DSO in crescita: i giorni medi di incasso si allungano mese su mese. Se passi da 60 a 75–80 giorni nel giro di due o tre mesi, la cassa si blocca nei crediti. 
  • Aging clienti che “invecchia”: se aumentano le quote nelle fasce >60/90/120 giorni, il roll rate (la percentuale di crediti che “rotola” da una fascia di ritardo alla successiva in un dato periodo) peggiora. Questo è un segnale di deterioramento della qualità del portafoglio: rinegozia piani di rientro brevi e verificabili, sospendi ordini non garantiti e valuta garanzie aggiuntive, come assicurazione e riserva di proprietà. 
  • EBITDA in calo: a parità di fatturato ti rimane meno “ossigeno” per coprire spese e interessi. Spesso succede perché sconti troppo per fare volume, perché i costi sono saliti (materie prime, logistica, energia) e, magari, i prezzi non sono stati adeguati di conseguenza. 
  • Budget di cassa in rosso: buchi di liquidità ricorrenti indicano una struttura incassi/uscite sbilanciata. Pianifica azioni settimanali, tra cui individuare i pagamenti che hanno priorità, tagliare le spese non core e congelare gli ordini a rischio. 

Misure bancarie e legali 

Quando i segnali di crisi iniziano a farsi evidenti, banche e creditori possono attivare misure dirette verso la tua azienda. Sapere quali sono ti aiuta a muoverti prima, negoziare meglio e proteggere la cassa. 

Quando la tensione sale, la banca può stringere il rubinetto: ridurre o revocare gli affidamenti e chiedere rientri parziali o totali con scadenze ravvicinate. Può irrigidire le condizioni, aumentando spread e commissioni e riducendo la percentuale anticipata su fatture e Ri.Ba.; chiedere garanzie aggiuntive, dalle fideiussioni personali ai pegni su crediti o scorte fino alle ipoteche; sospendere o bloccare l’operatività delle linee irregolari. Infine, può registrare nella centrale dei rischi la tua posizione come scaduta o sconfinata e, nei casi peggiori, come incaglio o addirittura sofferenza: a quel punto ottenere nuovo credito, anche da altre banche, diventa molto più difficile. 

Se la situazione peggiora, i creditori passano alle azioni legali. Prima arriva la messa in mora, una diffida a pagare entro un termine preciso. Se non funziona, scatta il decreto ingiuntivo, spesso con esecuzione provvisoria. A seguire i pignoramenti: del conto corrente, presso terzi – sugli incassi che i tuoi clienti ti devono – o dei beni mobili e immobili. Nei casi più severi possono chiedere un sequestro conservativo o iscrivere un’ipoteca giudiziale. Quando la crisi è conclamata, l’ultimo gradino è la liquidazione giudiziale, l’ex fallimento. 

Errori da evitare per mitigare la crisi 

Prima di intervenire, evita queste scorciatoie che sembrano utili ma, in realtà, aggravano la situazione. Nei momenti di tensione di cassa è naturale pensare di allungare i pagamenti, fare volume con sconti extra o minimizzare piccoli ritardi: sono mosse rapide che però drenano liquidità, erodono i margini e indeboliscono la tua credibilità con banche e fornitori.  

  • Allungare i tempi: concedere dilazioni indiscriminate sembra “comprare tempo”, ma in realtà sposta il problema e trasmette debolezza. Risultato: cassa che si assottiglia, effetto domino sui pagamenti e perdita di credibilità con le banche. Cosa fare, invece? Segmenta i clienti (storico affidabile/a rischio) e concedi piani di rientro solo a chi ha un track record solido e con garanzie. 
  • Vendere sottocosto “per fare volume”: bruciare margini per aumentare le vendite aumenta il fabbisogno di cassa; più vendi, più cassa consumi. Definisci un margine minimo non negoziabile, riduci l’assortimento a bassa resa, usa promozioni mirate solo per smaltire stock lento con incasso immediato, crea bundle ad alto margine e rivedi i listini dove i costi sono saliti. Controlla il margine per prodotto/canale: se è negativo o sottosoglia, sospendi o riprezza. 
  • Ignorare i micro-segnali: una rata saltata, una promessa non mantenuta, una richiesta di dilazione all’ultimo minuto o un cambio improvviso di referente non sono incidenti, sono prime avvisaglie. 

Leggere in anticipo i segnali – dal DSO che si allunga al roll rate che peggiora, dagli alert bancari ai primi insoluti –   non è pessimismo: è protezione del valore. Il tempo guadagnato oggi vale cassa domani. 
La ricetta è semplice: un budget di cassa vivo, una credit policy applicata senza eccezioni, un processo di early collection che parte prima della scadenza e decisioni rapide nei primi 30 giorni. 
Se volete mettere in pratica questi strumenti in modo pragmatico e su misura per il vostro portafoglio clienti, posso affiancarvi nella revisione dei processi di credito e di cassa, definendo soglie d’allerta chiare e un piano d’azione operativo. 

 

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06/01/2026
finanza

Come costruire un rapporto solido con le banche e ottenere credito più facilmente

Quando hai crediti da incassare, la tentazione è guardare solo ai clienti che non pagano. In realtà, la velocità con cui recuperi quei soldi dipende anche dalla qualità del tuo rapporto con le banche: più la banca si fida di te, più è disposta a sostenerti con strumenti e linee di credito che ti danno ossigeno mentre negozi con i clienti o attivi azioni di recupero. Questo, in concreto, significa soluzioni che stabilizzano la liquidità e che evitano di farti prendere decisioni affrettate, come fermare gli acquisti, rallentare le consegne o accumulare penali. 

Costruire questo rapporto con un istituto di credito non è questione di charme, ma di metodo: bisogna presentare numeri in ordine, avere una comunicazione trasparente e piani realistici su incassi e pagamenti. Se la banca vede coerenza tra ciò che dichiari e ciò che fai, la tua rischiosità percepita scende e l’accesso al credito diventa più rapido e meno costoso. 

Perché il rapporto con la banca conta (anche quando devi recuperare crediti) 

Un rapporto solido con la banca non serve solo a “chiedere soldi”, ma ti aiuta a stabilizzare la cassa, a gestire picchi di incasso e di pagamento e a negoziare meglio con i tuoi clienti. Avere una relazione strutturata significa poter programmare il fabbisogno di circolante lungo l’anno e ridurre gli sconfinamenti. Se l’istituto ti vede organizzato e trasparente, sarà più semplice ottenere anticipi fatture, linee di cassa temporanee (fidi a breve per coprire i picchi) o strumenti come il confirming, un servizio bancario in cui un’azienda delega a una banca o a un factor la gestione dei pagamenti, assicurando il rispetto delle scadenze. 

Con questi strumenti puoi reggere i tempi del recupero crediti senza bloccare acquisti o pagamenti, mantenere la continuità operativa e negoziare piani di rientro con più margine di manovra. In più, una gestione ordinata dei conti migliora nel tempo rating e condizioni economiche. 

“Controllo dei numeri”: cosa significa in pratica 

Per banca e impresa “parlare la stessa lingua” significa raccontare i numeri in modo semplice e coerente. Illustra come si muove la cassa, quali indicatori usi per provare che il debito è sostenibile, che cosa stai facendo per ridurre il DSO (giorni medi di incasso) e qual è la qualità del portafoglio crediti, distinguendo per anzianità (aging), segnalando eventuali incagli e le concentrazioni sui principali clienti. 

Ecco ciò che la banca si aspetta di vedere. 

  • Cassa e fabbisogno. Spiega da dove arrivano e dove vanno i flussi. Mostra un cash flow previsionale che evidenzi entrate attese e uscite previste. Separa le uscite fisse (stipendi, affitti, mutui, imposte e IVA) da quelle variabili (acquisti, spedizioni, marketing) e indica i picchi di fabbisogno e come li copri. 
  • Indici chiave. Evidenzia quelli che interessano davvero a chi fa credito: DSCR (indice finanziario che misura la capacità di un’azienda di coprire il servizio del proprio debito con i flussi di cassa operativi che genera), leverage (l’uso del debito o di capitali presi a prestito per finanziare un investimento o un’attività, con l’obiettivo di aumentare la potenziale redditività) e marginalità. Spiega come li calcoli, commenta, ad esempio, il trend degli ultimi quattro trimestri e indica le azioni correttive già in corso. 
  • DSO. Sono i giorni medi di incasso delle fatture. Più il DSO è alto, più la banca percepisce rischio di liquidità. Presenta il trend degli ultimi mesi e le leve attivate, tra cui automazione dei solleciti, scoring clienti e limiti di fido, revisione dei termini di pagamento, sconti per pagamento anticipato e factoring sui clienti a maggior rischio. 
  • Aging dei crediti. È il report che divide i crediti per anzianità (0–30, 31–60, 61–90, >90 giorni) ed è utile per distinguere ritardi “fisiologici” dagli incagli, ovvero da quei clienti momentaneamente in difficoltà che non rispettano le scadenze. 

Centrale rischi e rating: cosa sono e perché influiscono sul credito 

Prima di parlare di strumenti, vale la pena capire due “lenti” con cui la banca legge la tua azienda: la centrale rischi e il rating. 

La centrale rischi è la “radiografia” mensile dei tuoi rapporti bancari – affidamenti concessi, utilizzi, eventuali sconfinamenti e ritardi. È la prima fonte che l’istituto consulta per valutare come gestisci il credito. Per presentarti al meglio, abitua il team a scaricarla e leggerla ogni mese, correggere subito eventuali anomalie, evitare gli sconfinamenti e, soprattutto, spiegare con anticipo eventuali picchi di utilizzo legati a stagionalità o a grandi commesse: una nota preventiva spesso evita una segnalazione negativa. 

Il rating è invece il giudizio sintetico di rischiosità che ogni banca attribuisce all’azienda. Combina bilanci, andamentale, cioè il comportamento creditizio di un’impresa nel tempo, e storico dei pagamenti. Un rating migliore si traduce in condizioni economiche più favorevoli e tempi di risposta più rapidi. Per migliorarlo, punta su bilanci puliti e tempestivi, indici in miglioramento, assenza di sorprese sull’andamentale, governance chiara e un piano industriale credibile che spieghi dove stai andando e come genererai cassa. 

Il “pacchetto banca”: cosa consegnare per accelerare le delibere 

Prima di inviare la richiesta di credito alla banca, prepara un dossier essenziale e aggiornato che permetta alla banca di farsi un’idea chiara e rapida del tuo profilo di rischio e del piano di rientro. Qui sotto trovi alcuni dei documenti da includere e come presentarli, con l’obiettivo di ridurre domande di integrazione, accorciare i tempi di delibera e negoziare condizioni migliori. 

  • Executive summary. Spiega in modo diretto chi sei e cosa fai, l’importo richiesto, la destinazione dei fondi, le fonti di rimborso e l’impatto su KPI chiave (come DSO e DSCR). 
  • Business plan. Presenta conto economico e stato patrimoniale previsionali, ipotesi esplicite (prezzi, volumi, margini, tempi di incasso e pagamento), due scenari (base e prudente) e una breve analisi di sensitività su due o tre variabili critiche, come, ad esempio, ritardo incassi, aumento costi e slittamento commesse. 
  • Cash flow. Mostra i flussi settimanali per le prossime settimane (entrate, IVA, rimborsi, uscite per stipendi e imposte) e un forecast mensile su dodici mesi. Evidenzia i picchi di fabbisogno e come li copri. 
  • Aging crediti e concentrazioni. Allega l’aging per fasce, la top 10 clienti con pesi sul fatturato, eventuali contestazioni aperte e le azioni attive per ciascun bucket (solleciti, blocco ordini, piani di rientro, cessione e recupero).  

Per recuperare crediti senza andare in apnea servono metodo, trasparenza e coerenza tra ciò che prometti e ciò che fai. Metti in ordine i numeri, presidia le due “lenti” della banca e prepara un pacchetto chiaro, dettagliato e completo. In questo modo abbassi la rischiosità percepita, accorci i tempi di delibera e ottieni linee davvero utili quando servono. 

Se vuoi un confronto operativo sul tuo caso, puoi consultarmi: insieme possiamo fare un check‑up del “pacchetto banca”, leggere la tua centrale rischi e definire i prossimi passi per migliorare rating, condizioni e accesso al credito.

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22/12/2025

Digitalizzazione e automazione della gestione finanziaria: i software che fanno la differenza

Molte aziende gestiscono ancora il ciclo attivo (cioè il percorso che trasforma una vendita in denaro incassato) con una somma di strumenti scollegati: ERP, ovvero il gestionale aziendale che integra contabilità, vendite, magazzino e produzione, fogli Excel, e-mail e telefonate. Ciò comporta un allungamento dei giorni medi di incasso, promesse di pagamento che si perdono, difficoltà nel gestire la liquidità di cassa, per non parlare del maggior tempo impiegato per la gestione delle attività.

Digitalizzare e automatizzare la gestione finanziaria non significa semplicemente installare un nuovo software, ma portare fatture, pagamenti, solleciti, contestazioni e dati bancari in un unico flusso. 

Perché digitalizzare il credit management

Quando i clienti pagano in ritardo o nascono contestazioni, la cassa si ferma e si perde tempo. Digitalizzare significa portare tutti i documenti e le attività del ciclo attivo (fatture, scadenze, promesse di pagamento, contestazioni, pagamenti) dentro un unico sistema ordinato, dove i dati sono aggiornati, rintracciabili e tracciati nel tempo. E, allo stesso tempo, far sì che quel sistema esegua in autonomia le operazioni ripetitive (inviare promemoria, registrare un incasso, proporre un piano di rientro), mentre tu ne monitori i risultati da un cruscotto, intervenendo solo nei casi davvero critici.

Questi strumenti devono:

  • ridurre il DSO (giorni medi di incasso di una fattura) e gli incagli (condizione di momentanea difficoltà di un cliente che non riesce a rispettare gli obblighi di pagamento di un debito);
  • automatizzare solleciti e promesse di pagamento;
  • migliorare la riconciliazione e le previsioni di cassa;
  • liberare ore operative per attività ad alto valore (negoziazione, analisi, prevenzione del rischio);
  • creare una traccia chiara di quale utente ha fatto cosa e quando, utile per avere prove in caso di azioni legali.

I software che contano

Non serve comprare il software più famoso o quello più in voga al momento: conta scegliere strumenti che risolvano problemi concreti e che parlino tra loro. In pratica, serve una combinazione di moduli, ognuno con una funzione chiara, che lavori in sinergia e che sia integrato con l’ERP.

Ecco le categorie di software più utili per digitalizzare e automatizzare il ciclo attivo della tua azienda.

  1. Fatturazione elettronica ed ebilling. Crea e invia le fatture elettroniche tramite SdI (Sistema di Interscambio), riceve quelle dei fornitori e ne monitora lo stato – inviata, consegnata, scartata. Può allegare promemoria alla fattura e gestire le note di credito. Tutto viene archiviato a norma con valore legale.
  2. AR Automation e Credit Management. È il “cuore” del recupero crediti. Tiene in ordine i dati dei clienti, valuta l’affidabilità (scoring) e imposta limiti di fido. Se ci sono ritardi, invia solleciti automatici, registra le promesse di pagamento e propone piani di rientro.
  3. Open Banking e riconciliazione. Collega in modo sicuro i conti bancari (Open Banking, PSD2) per scaricare i movimenti in automatico. Il sistema abbina i bonifici alle fatture e segnala eccezioni da controllare.
  4. Dispute e Deduction Management. Quando il cliente contesta una fattura, apre un ticket con il motivo (merce non conforme, prezzi, resi). Il flusso assegna il caso al settore che deve rispondere (finance, sales, logistica), traccia i tempi di risposta e riduce i giorni in cui la fattura resta bloccata.
  5. Document Management e firma. Firma digitalmente contratti, ordini, piani di rientro (firma avanzata/qualificata) e conserva i documenti con valore legale. Trovi subito PEC e allegati collegati alla pratica.
  6. RPA (Robotic Process Automation), OCR (Optical Character Recognition) e Data Capture. Legge in automatico i PDF e le e‑mail e compila l’ERP senza digitare a mano. Fa controlli di coerenza (partita, scadenza, sconto cassa) e riduce gli errori di inserimento.
  7. Analytics, KPI e Forecasting. Un cruscotto semplice con i numeri che contano: giorni medi di incasso, aging dei crediti, CEI (Collection Effectiveness Index), percentuale delle promesse mantenute. Con i dati storici fa previsioni di incasso per aiutarti a pianificare la cassa.
  8. LegalTech per il recupero. Genera in pochi clic lettere e pratiche per lo stragiudiziale, passa i casi allo studio legale con il fascicolo digitale completo e segue stati e costi fino alla chiusura.

Fai dialogare i tuoi strumenti

Perché l’automazione funzioni davvero, i vari moduli devono scambiarsi dati in modo continuo. Senza integrazioni ogni pezzo lavora per conto suo: si riscrive due volte la stessa informazione, aumentano gli errori e i solleciti partono alla persona sbagliata. Con le integrazioni, invece, il flusso è unico.

Il punto centrale è avere la stessa anagrafica clienti ovunque (la cosiddetta single source of truth): ragione sociale, partita IVA, indirizzi e-mail/PEC, condizioni di pagamento, IBAN. Se cambi un dato (per esempio la PEC), l’aggiornamento si riflette su tutti i sistemi e non rischi di inviare promemoria a indirizzi errati.

In pratica, il gestionale fa da hub: riceve gli ordini dal CRM/e-commerce, genera la fattura elettronica e ne scambia lo stato con lo SdI; inserisce in fattura un link o QR per il pagamento tramite PSP/gateway; tre giorni prima della scadenza il modulo di AR Automation manda il promemoria; quando il cliente paga, i movimenti arrivano dai conti via Open Banking/CBI (Corporate Banking Interbancario) e la riconciliazione abbina l’incasso alla fattura; se c’è una contestazione, si apre un ticket nel Dispute Management e, se serve, si passa il fascicolo digitale completo al LegalTech. Tutte le PEC e i documenti vengono conservati nel Document Management con valore legale.

La digitalizzazione del ciclo attivo è, in sostanza, un progetto di cassa. Partire dai dati, costruire workflow robusti e scegliere gli strumenti giusti rende il recupero crediti più rapido, rispettoso e misurabile.
Se vuoi, possiamo fare insieme una diagnosi del ciclo del credito e trovare assieme gli strumenti che possono fare al caso tuo.

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10/12/2025
finanza

Espandere il business oltre confine: come preparare la tua impresa per l’internazionalizzazione

Espandersi oltre i confini nazionali è un passo strategico che può aprire nuove opportunità di mercato, diversificare i ricavi e rafforzare la competitività. Tuttavia, per le aziende che già affrontano difficoltà legate al recupero crediti o alla gestione della liquidità, l’internazionalizzazione comporta sfide da affrontare con metodo e preparazione.

Un’espansione senza basi finanziarie solide rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio: ritardi nei pagamenti, oscillazioni dei tassi di cambio, normative differenti e costi imprevisti possono mettere in crisi anche il modello di business più promettente. A ciò si aggiunge la complessità di dover gestire nuovi sistemi fiscali, differenze culturali nei rapporti commerciali e tempi di incasso spesso più lunghi rispetto a quelli nazionali. Senza un’adeguata pianificazione, il rischio è di compromettere la liquidità aziendale e di trovarsi esposti a insolvenze difficili da gestire a distanza.

Fotografia finanziaria: cosa fare prima di partire

Prima di valutare l’ingresso in un nuovo mercato, l’azienda deve partire da un primo piano della propria situazione finanziaria. Non basta una fotografia panoramica, bensì un’analisi approfondita che metta in evidenza punti di forza e criticità da correggere prima di affrontare la sfida internazionale. In particolare, l’azienda dovrebbe:

  • verificare la solidità patrimoniale, andando oltre i soli bilanci. Occorre valutare il capitale circolante netto, la capacità di generare flussi di cassa costanti, il livello e la sostenibilità dell’indebitamento, nonché eventuali garanzie attive o passive già impegnate;
  • controllare la qualità del portafoglio crediti, non solo rilevando eventuali insoluti ma anche analizzando i tempi medi di incasso, la concentrazione del rischio su pochi clienti e le politiche di recupero già attivate. Liberare risorse da crediti bloccati può essere decisivo per finanziare l’espansione;
  • pianificare il fabbisogno finanziario, stimando con precisione gli investimenti necessari per entrare nel nuovo mercato, i tempi di rientro previsti, i margini di rischio legati a fluttuazioni valutarie o a barriere normative e le possibili fonti di finanziamento alternative da attivare.

Crediti all’estero: come rafforzare i tuoi incassi

Un aspetto critico è la protezione del credito commerciale all’estero, perché un mancato pagamento da parte di un cliente straniero può generare danni ben più gravi rispetto a una semplice insolvenza interna. 

Per questo le imprese devono adottare una serie di strumenti integrati che riducano al minimo i rischi. L’assicurazione del credito consente di tutelarsi da mancati pagamenti, garantendo un paracadute economico anche in caso di insolvenze rilevanti. Le lettere di credito o altri strumenti bancari, invece, offrono una garanzia concreta sul buon esito della transazione, trasformando la banca in un intermediario che certifica e assicura il pagamento. Infine, l’analisi preventiva dei partner commerciali, basata su report di affidabilità e sistemi di scoring finanziario, permette di conoscere in anticipo la solidità del cliente e prendere decisioni più consapevoli, evitando sorprese che potrebbero compromettere la liquidità aziendale.

Norme e tasse oltre confine: cosa non puoi ignorare

Ogni Paese ha regole fiscali e legali diverse, e questo significa che un’impresa deve pianificare in modo strutturato, documentarsi, analizzare norme e vincoli nel dettaglio e farsi supportare da specialisti. L’analisi non deve limitarsi a un controllo superficiale, ma entrare nel dettaglio di ogni aspetto che potrebbe influenzare la redditività o esporre a rischi legali e fiscali. È quindi necessario:

  • valutare i trattati internazionali per evitare doppie imposizioni, analizzando le convenzioni in vigore tra l’Italia e il Paese di destinazione per capire come saranno tassati i profitti e se ci sono agevolazioni o riduzioni fiscali possibili;
  • verificare dazi, dogane e normative locali, approfondendo sia le tariffe doganali applicabili ai prodotti esportati sia le regole di conformità tecnica e di etichettatura;
  • predisporre contratti chiari che regolino termini di pagamento e tutele legali, specificando modalità di risoluzione delle controversie, legge applicabile e garanzie richieste. Contratti ben strutturati riducono il rischio di contenziosi e proteggono l’impresa da eventuali pratiche commerciali scorrette.

L’espansione internazionale non è un passo da compiere in solitaria. Affidarsi a un consulente finanziario esperto significa poter contare su un supporto concreto in ogni fase del percorso. Un professionista può guidare l’azienda nella creazione di un business plan mirato, capace di integrare previsioni di investimento, strategie di rientro e analisi dei rischi specifici dei mercati esteri. Inoltre, può aiutare a individuare e valutare le opportunità di finanziamenti agevolati o bandi dedicati all’internazionalizzazione, selezionando gli strumenti più adatti alle esigenze dell’impresa e aumentando così le possibilità di ottenere risorse a condizioni vantaggiose. Inoltre, il consulente è in grado di costruire strategie di recupero crediti su misura, essenziali per mantenere in equilibrio la liquidità aziendale anche quando si opera con clienti stranieri, spesso caratterizzati da tempi di pagamento e dinamiche contrattuali molto diverse da quelle nazionali.

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