La crisi d’impresa raramente esplode all’improvviso: prima manda segnali concreti che, se letti in tempo, cambiano l’esito della partita.
Quali sono? DSO (indicatore finanziario che misura il tempo medio, espresso in giorni, che un’azienda impiega per incassare i pagamenti dopo aver emesso una fattura) che si allunga di giorni in poche settimane, quota di scaduto superiore ai 60 giorni in crescita, richieste di rientro su fidi e saldo a buon fine, reclami e resi in aumento e contenziosi che si moltiplicano.
Se vendi a credito, intercettare queste spie prima della scadenza ti permette di tarare le condizioni (acconti, garanzie, consegna contro pagamento), attivare un recupero soft strutturato, congelare temporaneamente gli ordini a rischio e, soprattutto, proteggere la cassa mentre mantieni un rapporto commerciale sano con i clienti più affidabili.
Perché si arriva alla crisi
Le crisi nascono spesso da squilibri di cassa, quando i flussi in entrata rallentano e scivolano oltre i 60–90 giorni, mentre le uscite restano fisse: si crea un vuoto che costringe a usare fidi, a spostare scadenze o a tagliare acquisti essenziali, con effetti immediati su affidabilità e rating interno.
A questo si somma la marginalità erosa: listini bloccati e costi in salita comprimono l’EBITDA (un indicatore finanziario che misura la redditività operativa di un’azienda, escludendo interessi, tasse, ammortamenti e svalutazioni) e se il margine operativo scende sotto le soglie di sicurezza, l’azienda perde resilienza e ogni imprevisto, come un insoluto, un contenzioso o un fermo impianto, diventa critico.
Il capitale circolante ingessato amplifica il problema: magazzino bloccato, DSO in crescita e clienti poco allineati assorbono liquidità che non genera ricavi.
Infine, il debito eccessivo rende la struttura fragile. Ne derivano maggiori oneri finanziari, minore accesso a nuove linee di credito e maggiore esposizione a richieste di rientro.
Questi fattori raramente si presentano da soli. In generale si alimentano a vicenda — il calo dei margini aumenta il fabbisogno di cassa, che spinge a ricorrere al debito, che fa salire i costi finanziari — e, se non gestiti, evolvono in una vera crisi di continuità.
Segnali d’allarme finanziari
Prima di allarmarti, verifica questi segnali finanziari chiave e leggili nel tempo, non come una foto istantanea. Osserva il trend degli ultimi due o tre mesi, confronta con lo stesso periodo dell’anno precedente e definisci soglie interne di allerta. Incrocia sempre i numeri con l’aging per cliente e con il cash flow: se almeno due semafori sono rossi, attiva subito le contromisure (acconti, revisione condizioni, stop ordini a rischio) e rivedi i fidi interni.
Ecco cosa è essenziale monitorare.
- DSO in crescita: i giorni medi di incasso si allungano mese su mese. Se passi da 60 a 75–80 giorni nel giro di due o tre mesi, la cassa si blocca nei crediti.
- Aging clienti che “invecchia”: se aumentano le quote nelle fasce >60/90/120 giorni, il roll rate (la percentuale di crediti che “rotola” da una fascia di ritardo alla successiva in un dato periodo) peggiora. Questo è un segnale di deterioramento della qualità del portafoglio: rinegozia piani di rientro brevi e verificabili, sospendi ordini non garantiti e valuta garanzie aggiuntive, come assicurazione e riserva di proprietà.
- EBITDA in calo: a parità di fatturato ti rimane meno “ossigeno” per coprire spese e interessi. Spesso succede perché sconti troppo per fare volume, perché i costi sono saliti (materie prime, logistica, energia) e, magari, i prezzi non sono stati adeguati di conseguenza.
- Budget di cassa in rosso: buchi di liquidità ricorrenti indicano una struttura incassi/uscite sbilanciata. Pianifica azioni settimanali, tra cui individuare i pagamenti che hanno priorità, tagliare le spese non core e congelare gli ordini a rischio.
Misure bancarie e legali
Quando i segnali di crisi iniziano a farsi evidenti, banche e creditori possono attivare misure dirette verso la tua azienda. Sapere quali sono ti aiuta a muoverti prima, negoziare meglio e proteggere la cassa.
Quando la tensione sale, la banca può stringere il rubinetto: ridurre o revocare gli affidamenti e chiedere rientri parziali o totali con scadenze ravvicinate. Può irrigidire le condizioni, aumentando spread e commissioni e riducendo la percentuale anticipata su fatture e Ri.Ba.; chiedere garanzie aggiuntive, dalle fideiussioni personali ai pegni su crediti o scorte fino alle ipoteche; sospendere o bloccare l’operatività delle linee irregolari. Infine, può registrare nella centrale dei rischi la tua posizione come scaduta o sconfinata e, nei casi peggiori, come incaglio o addirittura sofferenza: a quel punto ottenere nuovo credito, anche da altre banche, diventa molto più difficile.
Se la situazione peggiora, i creditori passano alle azioni legali. Prima arriva la messa in mora, una diffida a pagare entro un termine preciso. Se non funziona, scatta il decreto ingiuntivo, spesso con esecuzione provvisoria. A seguire i pignoramenti: del conto corrente, presso terzi – sugli incassi che i tuoi clienti ti devono – o dei beni mobili e immobili. Nei casi più severi possono chiedere un sequestro conservativo o iscrivere un’ipoteca giudiziale. Quando la crisi è conclamata, l’ultimo gradino è la liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Errori da evitare per mitigare la crisi
Prima di intervenire, evita queste scorciatoie che sembrano utili ma, in realtà, aggravano la situazione. Nei momenti di tensione di cassa è naturale pensare di allungare i pagamenti, fare volume con sconti extra o minimizzare piccoli ritardi: sono mosse rapide che però drenano liquidità, erodono i margini e indeboliscono la tua credibilità con banche e fornitori.
- Allungare i tempi: concedere dilazioni indiscriminate sembra “comprare tempo”, ma in realtà sposta il problema e trasmette debolezza. Risultato: cassa che si assottiglia, effetto domino sui pagamenti e perdita di credibilità con le banche. Cosa fare, invece? Segmenta i clienti (storico affidabile/a rischio) e concedi piani di rientro solo a chi ha un track record solido e con garanzie.
- Vendere sottocosto “per fare volume”: bruciare margini per aumentare le vendite aumenta il fabbisogno di cassa; più vendi, più cassa consumi. Definisci un margine minimo non negoziabile, riduci l’assortimento a bassa resa, usa promozioni mirate solo per smaltire stock lento con incasso immediato, crea bundle ad alto margine e rivedi i listini dove i costi sono saliti. Controlla il margine per prodotto/canale: se è negativo o sottosoglia, sospendi o riprezza.
- Ignorare i micro-segnali: una rata saltata, una promessa non mantenuta, una richiesta di dilazione all’ultimo minuto o un cambio improvviso di referente non sono incidenti, sono prime avvisaglie.
Leggere in anticipo i segnali – dal DSO che si allunga al roll rate che peggiora, dagli alert bancari ai primi insoluti – non è pessimismo: è protezione del valore. Il tempo guadagnato oggi vale cassa domani.
La ricetta è semplice: un budget di cassa vivo, una credit policy applicata senza eccezioni, un processo di early collection che parte prima della scadenza e decisioni rapide nei primi 30 giorni.
Se volete mettere in pratica questi strumenti in modo pragmatico e su misura per il vostro portafoglio clienti, posso affiancarvi nella revisione dei processi di credito e di cassa, definendo soglie d’allerta chiare e un piano d’azione operativo.